Critica_Sipari_Zamarin - Eros_vs13_feb18

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1°. Un cammino, un percorso, un sogno inseguito e (almeno in parte) realizzato; un viaggio, fatto spesso in compagnia, a volte da solo; scoperte dentro e fuori di sé; delusioni (74), conquiste, rivelazioni; momenti creativi, spesso difficili, a volte oscuri…
Avviata la partenza – individuale o collettiva (55) – gradualmente pare schiarirsi e assumere contorni più precisi la direzione e la meta (37)…, anche perché non mancano punti di riferimento.
Ore liete, esaltanti, ma anche tristi, marcate dalla solitudine, non solo quella dei poeti (64) ma anche quella dello spirito, che a volte sembra farsi totale (61) e porre più domande che risposte (34)…
Gli amici sono importanti (72 e 51), importante il passo, deciso (75), perché a volte la rimembranza pare solo zavorra (18) e non vento a favore (80), perché pesa a volte l’emarginazione e lo sradicamento (79)…
Fortunatamente, ogni giorno si può andare a scuola dove “c’è sempre qualcuno // che giocando mi aspetta” (25) e nutrire speranza (26), perché albe e tramonti felici ci sono pure stati (28), a tal punto che si può essere fieri d’aver trasmesso ad altri la vita – e non è poco (27); sovente, tuttavia, bisognerebbe riscoprire, forse in noi, “chi ci protesse, // ci guidò, // chi con il canto allontanò fantasmi” (31) per continuare il cammino, accettando di avere anche sbagliato senza smettere di cercare (11), ringraziando del passo compiuto e della liberazione ravvicinata (77), facendoci anche a nostra volta bastone da guida per altri (51), mentre per tutti c’è bisogno di misericordia (55); capaci di gustare anche i momenti di sosta, dove cresce la pace interiore, giacché la sensazione di esserci “perduti a lungo” alla fine si fa dolce possesso, sia pure parziale, d’un bene che stranamente ci giunge alla fine della strada … di ritorno: “in un’insonne nostalgia” (80).


2°. Mi sono permesso di scomporre l’ordine delle tessere di Sipari, preferendo una lettura trasversale e a volte a ritroso (nel testo la memoria si mescola al presente e l’esalta), che mi pare tenga ugualmente a quella cronologica (di cui, in fondo, non è altro che un’applicazione, con licenza di andare e tornare).
Alla composizione-manifesto di apertura – E’ vero, anch’io ho cercato la vita – risponde quella di chiusura – C’è pace in me –.
La prima, quasi In limine dell’avvio degli Ossi di seppia , sta “sulla soglia” della raccolta e fin dall’inizio ci porge una chiave di lettura dell’intero percorso attraverso il crescendo dei tre verbi attivi, posti in altrettanti versi che anaforicamente scandiscono le tappe di un viaggio articolato, anche se non sempre lineare; non solo, ma la composizione ci consegna già alcune connotazioni significative del tono che assumerà la narrazione nel corso dell’opera: perché il poeta sente la necessità di introdurre per ben tre volte l’iniziale E’ vero ? Deve convincere qualcuno? La risposta, variegata, ci viene dai versi successivi e ci indica anzitutto il campo privilegiato della sua ricerca: il sé, scandagliato dentro e fuori, ed in secondo luogo ci indica la modalità liricamente colloquiale della sua sintassi.
L’ultima poesia, giustamente più breve della prima, vuole essere una sintesi nel momento stesso che ci documenta della conquista realizzata, sia pure provvisoria: la pace, come somma dei beni acquisiti in quel lungo viaggio .
Si può già anticipare, a questo punto, che il sé di cui sopra non costituisce un solipsismo per cui la poesia, lirica, di Olivotto sia completamente chiusa in se stessa: l’apertura agli altri e all’Altro è parte integrante del cammino da lui percorso, una disposizione d’animo che, partendo dalla realtà più vicina e quotidiana, conduce gradatamente ad altri piani, ad altri significati, in una graduale conquista di autenticità e pienezza .
Fondamentale in siffatto cammino è la disposizione a cercare: nell’intera raccolta questo verbo appare solo al primo verso in assoluto e al sesto dell’ultima lirica . La ricerca diventa, in tal modo, il fil rouge che percorre e intesse i diversi “brani” di esperienza, che pertanto si fa “testimonianza” unitaria di una “storia di un’anima”: storia nel senso etimologico greco di ricerca e storia nel senso moderno di narrazione di quella ricerca. Per questo, ancora, la raccolta – pur nella sua brevità ed essenzialità – assume i connotati di un canzoniere.
Che la ricerca, poi, si caratterizzi come un percorso accidentato, che solo progressivamente e a gran fatica permetta di intravedere al di là del velo – Sipari –, è quanto emerge dallo snodarsi delle esperienze (impastate di ricordi, incontri, scoperte, riflessioni, sentimenti…) consegnate in testi giustamente brevi (a volte troppo), più suggestivi che denotativi, nei quali mai ricorre il verbo trovare – lo vediamo solo in Mattino (46,1) e in Questo dolore (66,8) ma con valenza circostanziata – bensì gli effetti parziali di volta in volta, riassumibili alla fine in quella situazione o stato gratificante che è la pace – parola, guarda caso, presente nel citato Questo dolore e in dipendenza di “troverà” e nel primo verso dell’ultima composizione, che, in quanto Tregua, segna una tappa, importante. Non c’è in tutto il Canzoniere espressione più emblematicamente significativa degli ultimi due versi in assoluto: vi è espressa la dimensione temporale (lungo), esistenziale (perduto) e dinamica della ricerca-scoperta-conquista (nostalgia).
Pertanto: l’ho cercato e l’ho trovato diventano l’intero percorso, che ben presto ci accorgiamo essere effettuato non da un solo soggetto, bensì da due; visibile e storico il primo (l’uomo-poeta), invisibile e astorico il secondo, che affiancandosi si fa parola, dopo che ognuno viveva nel proprio silenzio, sia pure con modalità e intonazioni diverse (sacro quello di Dio, teso nel grido invocante il Suo nome) – si confrontino l’ultimo verso di In principio (63) con l’ultimo di Oltre il tuo nome (61).La parola, tuttavia, si esprime con tutta la sua carica espressiva dopo il passaggio cruciale attraverso l’esperienza del dolore; perentorio e privo di ogni ambiguità si pone un testo centrale come Dicevi…


Non c’è salvezza
nel fondo del dolore,
se mai,
una sfinita verità. (52)

Non c’è redenzione se il dolore (pure importante, quale apportatore di verità) non è vissuto insieme all’isaiano “Uomo dei dolori” .
Solo dopo quella “comunione” si potrà avere anche la forza di ringraziare al termine del giorno per le ombre che ne hanno offuscato la luce, per la stanchezza di un cuore ferito… nel gelo della sera (Compieta, 77). Un giorno che è stato lungo, insonne, e ha conosciuto gli andirivieni e l’alternarsi della gamma più varia dei sentimenti, pur nella possibilità mai preclusa per il protagonista di frequentare la “sua scuola”, modesta e strana al tempo stesso: un testo (25) carico di valenze simboliche – richiama per certi versi, fatte le debite proporzioni, al dantesco castello degli spiriti magni col suo articolato accesso – pur nella semplificazione dell’insieme; significativa, tra l’altro, la terzina centrale – Mi ci porta ogni giorno una strada, // un ponte sul fiume, // un sentiero tra i campi (La mia scuola, 25, 8-10) – nella quale i tre momenti e contemporaneamente le tre situazioni che si ripetono ogni giorno dicono tutta la varietà di un’azione dinamica il cui il soggetto-poeta è il viandante-alunno che deve sì camminare ma anche lasciarsi condurre – mi ci porta –: egli può ben progettare e andare per attingere la “saggezza” ma molti sono gli imprevisti e gli indesiderata lungo il cammino della vita; quanto meno ci si può stancare, si possono incontrare situazioni che ci lasciano “interdetti” – Un soffio (34) –…, per cui, dopo tentativi e riprove altra soluzione non c’è che la preghiera – I cipressi (35) –.
Una preghiera che si fa litanicamente riconoscimento delle grandi opere del Signore accanto alle meschine realizzazioni dell’uomo: Ascolta (55) cadenza la pazienza infinita di Lui e l’ostinata fuga di noi. Lui resta sorridente sulla soglia […] Ad aspettare; non solo, ma Lui è Padre: per questo siamo autorizzati a sperare ancora, anche perché in fine non possiamo mentire a noi stessi: Diciamo la verità // abbiamo sete di cielo!
Così rinfrancati, si può riprendere e continuare con nuova lena il cammino, che, quasi per incanto, sembra appianarsi ed il passo si fa da timoroso e incerto a sicuro e deciso ([…] come una pianura […] come un padrone), soprattutto non si inciamperà in ostacoli nel dì (ne respirerò la luce) e non avranno il sopravvento le tenebre nella notte (Poi riposerò // e guarderò le stelle), perché ormai anche lui ha fatto proprio il comportamento “creativo” dei “poeti” (come significa il termine in greco), dotati di una particolare sensibilità che permette loro di leggere quanto altri non capiscono e di rispondere a domande che altri appena si pongono (i due testi di 64 e 65 in tal modo si completano a vicenda).
Una duplice osservazione conclusiva dei presenti appunti.
Anzitutto la scarnificazione del periodo e l’asciuttezza del dettato: il lettore, mentre intuisce e “completa” l’immagine suggerita dal verso, gioirebbe di più (almeno in alcune circostanze) se l’estensione del testo non fosse così avaramente ristretta e forse avrebbe un ulteriore beneficio se potesse conoscere qualcosa delle “sigle” sui dedicatari e avesse un’indicazione temporale delle composizioni stesse.
In secondo luogo, le brevi citazioni epigrafiche: la selezione e la scansione svolgono un’importante funzione illuminante delle situazioni e degli stati d’animo poi espresse liricamente nello snodarsi del racconto, ma non sarebbe male fossero completate con la citazione precisa dell’opera da cui sono tratte.


3°. Sipari è un Canzoniere che riflette non soltanto sugli avvenimenti e le realtà interne ed esterne all’uomo-poeta, ma anche sulla propria funzione: in pochi e tuttavia essenziali versi (tra i quali eccellono quelli dei due testi ora citati), è riaffermata la natura euristica della poesia, come operazione dello spirito, che attinge nel suo porto sepolto e disvela, mai integralmente – data la complessità e soprattutto la parzialità della conoscenza –, a quanti hanno affinità di comprensione; per questo è essenziale l’uso di parole autentiche, originarie, per nulla inutili o superflue bensì capaci di esaltarne il primigenio significato, che il più delle volte rimanda ad un oltre mai completamente raggiunto… Ancora una volta il titolo del Canzoniere, ispirandosi al teatro, sembra risponderne alla duplice analogica funzione di nascondere e svelare la realtà sulla scena della vita.
Il verso di Sipari scava – di pagina in pagina, libero e sciolto da impacci metrici, ma senza disdegnare allitterazioni assonanze enjambement e cadenze ritmiche, con pause e crescendo – nella magmatica realtà riesprimendo efficacemente la purezza del pensiero, meglio la finezza del respiro ora lirico ora elegiaco ora meditativo ora evocativo di chi ha cercato, ha rubato, ha amato la vita.
Un tono direi di calma pacata – quasi l’esito di un’intima contemplazione, che riesce a mantenersi tale come librandosi con ali leggere sul variegato e “affannoso” tessuto del vivere quotidiano – si diffonde sulle pagine spaziate di Sipari: è il tono, ad esempio, che avverte tutta la segreta rinnovantesi ricchezza del giorno che sorge si realizza e tramonta, così bene espressa nella piccola “sequenza” di 16-24, dove s’intrecciano ricordi di fanciullezza a scorci paesaggistici, momenti impressionistici a vibrazioni interiori, capaci di registrare con delicata attenzione lo schiudersi ed il finire del giorno attraverso i momenti di trapasso e la gradualità che, ad esempio, nell’avanzare della sera si fa puntuale indicazione del crescendo in quei tre verbi d’apertura di altrettante unità metrico-sintattiche, che denotano e connotano, personificandole, l’estendersi progressivo delle tenebre su tutto e su ogni cosa, fino a penetrare e adagiarsi nel fondo dei canali (La sera, 24,7).
Una poesia, specialmente in 20-24, che rende efficacemente il multiforme avanzare ed il cromatico atteggiarsi del giorno nell’arco delle 24 ore, attraverso quel calibrato tocco connotativo che ne fa una creatura umana viva e palpitante (senza cadere in facili stilemi di dubbio gusto barocco o affine).


Albignasego, 28 dicembre ’03


Giuseppe Zamarin



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